La spiaggia di Pescara (2).

(segue dall’articolo precedente)
Gli abitanti delle palme si dividono drasticamente in due principali specie: “li ggiuvn’” (gli adolescenti) e “la ggent’ chi li famije” (le persone corredate del loro nucleo familiare). Quando si va allo stabilimento a inizio stagione a chiedere un posto dove collocarsi, il titolare domanda sempre: “Tinet’ li citil’ oppure sete wuagliun’ chi ffacete lu casin’?” (Avete prole o siete una comitiva di ragazzi birichini dediti allo scherzo e al gioco?) I gestori hanno enorme cura di definire due aree distinte del loro stabilimento in cui raggruppare i giovani rumorosi da un lato e le famiglie rumorose dall’altro. Perché è vero che sono entrambe rumorose, ma per uno strano scherzo del destino, si rompono le palle a vicenda in orari sfasati.
La distinzione tra le due forme sociali, si evince già dall’orario e dal modo di arrivo in spiaggia.
Le famiglie arrivano praticamente più verso le ore dell’alba che quelle di mezzogiorno, e sono composte in genere da madre, padre, un figlio adolescente, un figlio piccolo ed un figlio nel passeggino. Come optional, alcune famiglie portano una nonna a carico. In genere in spiaggia, non si è capito per quale strano motivo, si porta la nonna paterna, se viva, oppure anche quasi viva.
Generalmente la famiglia giunge scaglionata, come in un epico arrivo del Giro sul Pordoi. Davanti a tutti spunta il figlio piccolo che corre scalzo sulla passerella urlando: “A mà daj chi mmi vuj fa lu bbagn” (Mamma, su affrettati che desidero buttarmi in acqua). Dietro di lui, strusciando le ciabatte dei cinesi e con le infradito del bambino in mano, segue ansimando la madre che spinge il passeggino: “Mammà, mo’ (pausa per ansimare) nn’abbià, a da spittà n’atr’or picchè ti si magnat’ na bbusht’ di bbiscutt’” (Figlio mio, adesso non iniziare a predicare, devi attendere almeno un’ora, dato che a colazione hai divorato un pacco di Gocciole Pavesi).
Nel passeggino sta dormendo il neonato, che però, nella distrazione generale è stato sommerso da una busta retata tipo quella che si usa per i meloni gialli, contenente 32 kg di secchielli, palette, rastrelli e formine. Il figlio adolescente segue staccato dal gruppo, chino sul suo smartphone. Ogni tanto la mamma si volta e lo rimprovera: “Jammè a Kevin, tutt’ lu jurn’ chi ‘ssu cos’ in man, stem’ a lu mar’, mittit’ a pijà lu sol’ ca ‘nni vid’ che ‘ssu cellulare fa vinì la faccia biang, secondo te picchè li giappunis è cuscì?” (Dai, Kevin, stai tutto il giorno con quell’oggetto in mano, siamo in spiaggia, mettiti disteso al sole, non ti rendi conto che questi aggeggi elettronici fanno diventare pallidi, secondo te perché gli abitanti del Giappone hanno quei tratti somatici?) Il figlio adolescente di solito non ha reazioni evidenti ma, al massimo, senza alzare la testa dal Samsung, dice “Scì a mà.” (Sono d’accordo con te mamma, ciò che hai detto per me ha un valore enorme dal punto di vista educativo, ma al momento sinceramente me ne fotte molto meno di questa foto hard di Marina della terza D che mi ha mandato Sergione).
Il padre è invece in macchina, perché ha fatto scendere i congiunti e deve fare il suo giro per trovare il parcheggio: “Vu ndraccalet’ e ndraspujetv’, mo i’ vaj a parchiggià. Tand mo è presht, li trov’ qqua ‘rret dova li mett’ sempr’ e ngi va mai nisciun’. Ah, dì a llu ‘ndundit ca ma dà spettà pe ffà lu bagn’” (Adesso mentre voi scendete e vi svestite, io cerco il parcheggio. Tanto adesso è presto, lo trovo sicuro qui dietro dove sono solito metterla ed è un anfratto ignoto a molti. Dì al piccolo che deve attendere il mio arrivo prima di entrare in acqua).
Il destino del padre, nonostante le buone intenzioni, è comunque già segnato, cioè per certo passerà le prossime due ore, in un abitacolo di metallo, alla temperatura di 42 gradi, a girare, percorrendo tutto Viale Kennedy, Via Regina Margherita, Via Nicola Fabrizi dal civico 42 al 232, parte di Corso Vittorio Emanuele, Via De Amicis, Via Toti, Viale Riviera, Via Nazionale Adriatica, Via Cavour, e molte altre. Sappiate che da Gennaio, Google ha deciso di non usare le Google Car per riprendere i dettagli di tutte le strade di Pescara, ma di montare le cam direttamente sulle macchine dei padri di famiglia che cercano parcheggio. Questo consente a Pescara di essere l’unica città al mondo che può vantare le Google Maps aggiornate alla domenica immediatamente precedente.
Alla fine del calvario, che termina lasciando la macchina “llà ddo stej la SIP” (nei pressi di dove era ubicata un tempo la attuale Telecom Italia), il padre arriverà trafelato e a piedi zoccolati in spiaggia per l’ora di pranzo, giusto in tempo per sentirsi dire: “Andò, ma ddò cazz’ li si jit a mett la machin’, a lu stadj? Cullù sa fatt lu bbagn’ e m’ha fatt’ avvelenà, mammt’ mi s’ha pur’ mess’ a li rote di Santa Catarina ca vò arjì a la cas. Fa na cos’, senz’ chi t’arvist, aricarica la robb’ ca ci ni jem’.” (Antonio, ma dove sei andato a parcheggiare, in zona Stadio? Il piccolo monello ha fatto il bagno e mi ha fatto notevolmente arrabbiare, tua madre mi sta tormentando perché vorrebbe tornare a casa. Fai una cosa, non è necessario che ti svesta, ricarica le borse così torniamo a casa).
(segue nel prossimo articolo)
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