La spiaggia di Pescara (4).

Uno dei riti più tradizionali della spiaggia è quello del bagno al mare della mattina. Non tutti gli abitanti delle palme approcciano allo stesso modo questo rito e pochi riescono a portarlo a termine con profitto e godimento. C’è comunque un filo conduttore che li accomuna tutti.
L’abitante della palma, a metà mattinata, più o meno intorno alle 10.30-11.00 si alza dal lettino, si allaccia lo spago degli slip e, rivolgendosi agli altri dice: “Wagliù, ogg’ si mor’, fa nu call’ chi spacc’ li pret’, ‘nsa rispir’. I’ mi sa ca mi vaj’ a ‘ffà na nutata. Sprem’ ca ogg’ l’acque nnì je trovl’, s’nnò pij nu matrassin’ e mme ne vaj’ jù a lu second’ scagn’.” (Ragazzi oggi il caldo è davvero insopportabile, ha quasi il potere di rompere le rocce, non si respira. Io ho deciso di andare a farmi due bracciate. Speriamo che oggi l’acqua non sia torbida, nel qual caso prendo un materassino gonfiabile e vado in prossimità degli scogli).
La prima prova da superare per poter arrivare a fare il bagno è quella di avvicinarsi alla riva completando il percorso che unisce la palma alla battigia. Normalmente la temperatura della sabbia al centro della palma, cioè dove si trova il palo che la sostiene, cioè dove si lasciano le ciabatte, è intorno ai 10 gradi, perché il diametro è tale che non vi arriva mai il sole dal 12 di aprile al 10 di ottobre. Ciò crea una falsa aspettativa sulle reali condizioni della temperatura dell’arenile.
L’abitante della palma, è convinto che, durante il percorso, tutta la spiaggia lo starà osservando, per cui in testa si fa i suoi comprensibili ragionamenti: “Ma chi ‘mmi pozz’ mett’ li ciavatt’ pi’ jì da la palm’ a lu mar? Mangh’ li ricchiun’. Dapù quanda cazz’ vo scuttà? Ci sta la passerell’ fin’ a quattr’ metr’ da la riv’, chi ‘ci vò? (Mi sembra ridicolo indossare delle ciabatte per andare dalla palma fino alla battigia, è una pratica che non metterebbe in atto neppure un omosessuale. In fin dei conti, quanto potrà essere la temperatura della sabbia? C’è la passerella fino a quattro metri dalla riva, che ci vuole?)
Quindi parte. Ossia rientra la pancia, tira fuori i pettorali composti per il 45% di grasso di arrosticini, gira le braccia, alza le mani, ruota i polsi, piega il collo, inclina le cosce e solleva i piedi verso i bagnanti per mostrare i 57 tatuaggi che si è fatto durante l’inverno e inizia l’attraversamento della passerella. Tanto che qualcuno da una palma remota, vedendo il suo incedere curvo e storpio tipo Leopardi sussurra alla moglie: “Ah Marì chi ccazz ha fatt’ cullu’? Nnì vid’ coma cammin’? Mi sa c’ha cascat dentr’a na scatul’ di timbr’ quand’er’ citil’.” (Maria, che è accaduto a quel tizio? Hai notato il suo incedere? Credo che sia caduto accidentalmente in una scatola di timbri da piccolo.)
C’è da sapere però che qualsiasi materiale, che possegga qualsiasi proprietà conduttiva, calorifica, di assorbimento in tutte le fasi dell’anno, quando viene posto sulla sabbia ed in una spiaggia, le perde tutte, e in pratica scotta e basta. Quindi le passerelle, che siano di plastica o di legno o anche di cemento, dopo i primi metri in cui il cervello le identifica come piani a temperatura ambiente, passano entro cinque metri dall’inizio del tuo cammino, ad una temperatura percepita di 95°, fino ad arrivare al valore ‘carboni ardenti’ entro i dieci metri dalla partenza.
Ed è in questo frangente, dopo aver percorso circa otto metri, che l’abitante della palma si trova davanti ad una delle più difficili prove della sua esistenza. La sua vita è in bilico al centro di una banale passerella e può cambiare da uomo vero a sfigato totale in base a una decisione che dovrà prendere entro tre o quattro secondi. Nella sua mente si fanno quindi strada due opzioni, la terza, purtroppo, non esiste: “’Ngul’a ssor’t coma coce, e mò? Mang pozz camminà ‘cchiù fort’, sennò bella figur’ di mmerd’. Ma si mi ni vaj arret è pegg’ angor’ picché facc’ la figur’ di cazz’ che so’ nu pappammoll’.” (Perbacco, come scotta, e adesso? Non posso neanche accelerare l’andatura, che rischio di fare una figura da niente. Ma se torno indietro è ancora peggio, perché faccio una orrenda figura da pappamolle.)
E quindi non c’è scelta: con la medesima andatura, simulando non chalance, sorridendo tra le lacrime, senza farsi sfuggire alcuna smorfia di dolore, sempre ricurvo e storto nei tatuaggi, tra gli sfrigolii che accompagnano il contatto delle piante dei piedi sulla passerella, non dovrà fare altro che attendere, come in un calvario, come in un numero di Giucas Casella, come Mino D’Amato negli anni ’80 in Domenica In, che la distesa di carbonella termini nel mare.
Il contatto dei piedi con la prima acqua bassa della battigia ha lo stesso effetto taumaturgico di immergerli per interi nell’acqua di Lourdes. Alcuni riescono anche scorgere la Madonna sugli scogli, o anche al terzo scagno con un cioccolaro (attrezzo rudimentale utilizzato per la pesca delle telline), sempre che il fumo derivante dal contatto delle palme dei piedi con l’acqua gelata non oscuri la visuale.
Ma, come in una tragedia densa di colpi di scena, è a questo punto che il dramma assume beffardamente i contorni inversi. Il rito si trasforma d’improvviso nell’immersione nell’acqua ghiacciata di un corpo appena passato sul carbone, tipo una fucina di spade del medioevo, o i soffiatori di vetro di Murano: “Accia sand’ quanda cazz’ è ggilat’. Ma mic’ mi pozz’ fermà proprij mò? Mo ting da camminà e mi ting’ da jittà. Alla fin’ è n’attm.” (Santi numi, quanto è fredda! Ma adesso mica posso fermarmi, devo camminare e buttarmi. Alla fine che vuoi che sia?)
Perché il rito, per essere eseguito perfettamente e da manuale, richiede una velocità costante di deambulazione dal centro della palma fino al tuffo finale. Cambi di velocità, in accelerazione per la rena calda, o in rallentamento per l’acqua fredda, non sono contemplati. Nei parametri di valutazione europei non è richiesta la velocità media ma viene considerata la deviazione standard rispetto a questa, che deve essere la più bassa possibile.
Dopo essersi tuffato completamente in acqua e riemerso, mentre si tira su e si allaccia il costume che è leggermente sceso durante l’immersione, si accorger che in fin dei conti non lo ha calcolato nessuno di pezza negli ultimi cinque minuti, e quindi tutto il sacrificio fatto è risultato vano. Poi, con un ultimo tentativo disperato, si gira verso il primo bagnante timoroso e infreddolito. E a questo sconosciuto, che sta camminando in punta di piedi e che con estrema attenzione e cautela tiene il pelo dell’acqua rasopalle, l’abitante della palma esclama: “Daj ca ‘ogg l’acqua è nu pisc’, jitt’t” (Su, che oggi l’acqua è davvero calda) e gli schizza sei damigiane di acqua ghiacciata in quattro secondi, col solo uso delle mani.

(segue)

 

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