Il dilemma di Heinemann

Oggi pomeriggio vado ad un ricevimento di un mio amico Testimone di Geova che si è recentemente diplomato al Conservatorio in citofono. In genere non è che queste feste di laurea o diploma mi piacciano molto, da un lato perché c’è un eccessivo uso del colore rosso e ho sempre paura che tra gli invitati si possa erroneamente intrufolare un toro di Pamplona, dall’altro perché questo tipo di eventi presenta sempre una serie di tavoli con una divisione netta: i dolci e i salati. Questa eterna dicotomia di cose impenetrabili, a guisa di yin e yang, male e bene, amore e psiche, me e Cristiano Malgioglio, si è estesa recentemente nel mondo occidentale a tutte le feste: dai neonati, fino agli ultracentenari. Sui tavoli del salato, vengono disposti gli alimenti che dovrebbero contenere più sale, cioè i panini, le pizzette, il pan brioche, i salatini, le noccioline, i popcorn, le patatine fino ad arrivare alle pizze rustiche. In genere di queste torte rustiche, una la fa la mamma, un paio la nonna, una la zia, una un’amica, cioè diventa una sorta di offertorio a base di sfoglie precotte, uova in scadenza, formaggi induriti, il tutto trasformato da un magico forno in un “guarda che ti ho portato” sorretto da un cerchio di cartone e avvolto dal cuki alluminio. Sui tavoli del dolce invece si trovano mignon, crostate, biscotti, pizzelle con la nutella, paste, babà, spumette, praticamente una specie di Bakeoff Italia con la parodia della Parodi. Un terzo settore prevede le bevande, che in genere sono Coca, aranciata sgasata del discount, acqua liscia, tè alla pesca, succhi di frutta, per i papà birra e vino. Le bottiglie di quest’ultimo sono quasi sempre normali bottiglie comprate al Lidl da cui i padri del festeggiato tolgono le etichette, in modo da venderselo come vino fatto in casa. Anche se spesso ho notato bimbi di sei anni tracannare bicchieri di plastica colmi di vino spacciandoli ai genitori come Coca, e poi correre a giocare protetti dall’alibi dell’iperattività. La costante della festa è il problema di Heinemann noto in gergo come “dilemma del bicchiere”. In ogni festa che si rispetti ci sono dei bicchieri capovolti e impilati, da attingere per poi versarvi ciascuno la propria bevanda. La teoria vuole che ognuno conservi il proprio bicchiere per poi riutilizzarlo nelle successive bevute. In realtà accade che per distrazione, per le chiacchiere con le altre mamme, per fare il figo con una mamma piacente, si possa lasciare inavvertitamente il proprio bicchiere vuoto sul tavolo dei bicchieri impilati. Accade quindi che, quando la pila dei bicchieri nuovi si assottiglia fino a diventare composta da un numero di elementi ridotto, si abbia un aumento della probabilità di confondere il bicchiere distrattamente appoggiato e già usato, con uno nuovo. Di conseguenza, si innesca il processo appunto descritto esaurientemente da Heinemann in uno dei suoi più noti trattati risalenti al giugno del 1934. La persona arsa dalla sete e desiderosa di una bevanda qualunque, si trova davanti un bicchiere capovolto ed uno in senso corretto. Di questi, entrambi potrebbero essere già usati, entrambi nuovi, oppure uno usato e uno no. All’apparenza le probabilità di prendere un bicchiere nuovo potrebbero sembrare pari al 50%, ma Rolf Heinemann ha dimostrato, in un noto intervento alla festa di suo nipote Joseph, poi successivamente divenuto notissimo negli ambienti universitari col nomignolo di “nipote di quel deficiente”, che la probabilità di prendere il bicchiere usato è pari al 100%, mentre è del 50% la probabilità di contrarre un herpes.

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